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La parola del mese: Buon sangue non mente

11 settembre 2018

 

L'11 luglio scorso, al Colle del Piccolo San Bernardo, nella sala dell'Hospice, si è tenuta la Rencontre Transfrontalière du Don du Sang, promossa dall'AVIS Valle d'Aosta con l'omologa associazione di Albertville. Anche nell'ambito della 56a festa del Concours Cerlogne, svoltasi a Challand-Saint-Victor nei giorni 17 e 18 maggio scorso, è stata organizzata una serata, in collaborazione con la Fédérachón Valdoténa di Téatro Populéro e l'AVIS Val d'Ayas, con il sangue come protagonista. I rappresentanti di diverse compagnie teatrali che si sono alternati sulla scena hanno sviluppato il tema nelle sue diverse sfaccettature e da più punti di vista, evidenziando il fatto che anche il patois si presta per trattare un argomento così specifico e delicato. Il sangue, simbolo della vita, ha dato origine a numerose espressioni, sia in nell'accezione propria che in senso metaforico. Avé lo sanc ehpes significa avere il sangue denso e déménà lo sanc vuol dire diluire il sangue; un co dè sanc (cfr. il francese coup de sang) indica varie patologie tra cui un'emorragia cerebrale; avé lo sanc fer, significa lett. “avere il sangue fermo”, ossia essere in uno stato di catalessi, di morte apparente, fenomeno che un tempo terrorizzava la gente per timore di essere sepolti vivi. Pa avé dè sanc, “non avere sangue”, si dice di qualcuno che soffre particolarmente il freddo, che non ha energie o non ha nerbo ed è privo di carattere, mentre avé lo sanc fréit corrisponde all'italiano “avere sangue freddo”. Diversi modi di dire sottolineano il temperamento o lo stato d'animo di una persona, come la paura, l'ansia, la preoccupazione, il turbamento, la vergogna, l'imbarazzo: fa-se dè gramo sanc, dè croi sanc equivale all'italiano “farsi cattivo sangue”, ossia “rodersi l'animo”; y é cayà lo sanc “gli si è gelato (lett. coagulato) il sangue”, a seguito per esempio di un grande spavento; y a teut donà tor ou sanc (donà tor significa “girare”, “rivoltare”) corrisponde grosso modo all'espressione precedente, come pure l'a aù un gro vir dè sanc “ha avuto un grande spavento” (vir significa “giro”); mè brujo teut lo sanc, lett. “mi brucio il sangue”, esprime preoccupazione, imbarazzo, così come il sostantivo corrispondente brujasanc e gli analoghi modi di dire ou mè féi teut core lo sanc, lett. “mi fa bollire il sangue”, in altri termini “mi crea grandi preoccupazioni” (ma anche senso di vergogna per certi comportamenti che la persona in questione può assumere), o ou mè féi rèboudjà lo sanc, lett. “mi fa rimescolare il sangue”; avé lo sanc en borra vuol dire avere il sangue in ebollizione lett. “che schiuma”, per una forte emozione, un dispiacere, uno stato di grande turbamento, ecc.; sè te l'ose forà iè saréi pa sortì euna gotta dè sanc “se tu lo avessi bucato (ferito con un oggetto appuntito) non gli sarebbe uscita nemmeno una goccia di sangue”, detto di qualcuno in preda a forte emozione, paura o imbarazzo. Altre espressioni fanno invece riferimento a irritabilità, suscettibilità, agitazione, alterazione, rabbia, ira, sdegno: y é boudjà lo sanc, traducibile approssimativamente come “gli si è agitato il sangue”, significa che la persona in questione si è arrabbiata, ha avuto uno scatto d'ira; y ét alà lo sanc en tsima di péi vuol dire che il sangue gli è montato alla testa, lett. “alla punta dei capelli”; lacha-se i ou sanc corrisponde a “cedere all'ira, lasciarsi andare alla violenza”; di qualcuno che ha il temperamento (calmo o irruento) proprio del suo gruppo familiare, della sua stirpe, si dice l'a lo sanc di… “ha il sangue dei... (e qui si usa generalmente il soprannome di famiglia)”; ou l'a ou sanc, “ce l'ha nel sangue”, ossia nel suo DNA. La generosità si esprime invece con il detto donà lo sanc dou cour, “dare il sangue del cuore”, ossia tutto se stesso.

Il verbo séinà, “sanguinare”, nelle nostre parlate francoprovenzali può essere intransitivo o transitivo: séinà comme un tchèvréi “sanguinare come un capretto”, ossia abbondantemente; mè séina lo cour “mi piange il cuore”; séinà euna vatcha “fare un salasso a una mucca”; séinà lo portchet “uccidere il maiale (dissanguandolo)”; séinà la brotsa significa depurare dal liquido residuo la panna ottenuta dal siero del latte (operazione che si fa in un secchio munito alla base di un foro dal quale si fa fuoriuscire il siero, mentre la panna più leggera rimane in superficie); séinà euna brénga vuol dire praticare un foro in un larice per estrarne la resina; bianc séinà si dice di qualcuno molto pallido, così bianco che sembra senza sangue (si confronti a questo proposito l'espressione francese saigner jusqu'au blanc, “tirer une telle quantité de sang que le patient devienne blanc”). Sanc dè bou infine, “sangue di bue”, si dice di un vino particolarmente corposo e dal colore intenso, mentre lo san di Bondzeu, “il sangue del Buon Dio”, era riferito a un vino che provocava bruciore di stomaco.


Riferimento bibliografici

Chenal A., Vautherin R., Nouveau Dictionnaire de Patois Valdôtain, Musumeci, Quart (Valle d'Aosta) 1997.

FEW = Von Wartburg W., Französisches Etymologisches Wörterbuch, Leipzig-Berlin, 1922 ss., poi Basel, 1944 ss.