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La parola del mese: Il matrimonio

29 gennaio 2020

Sembra che Socrate fosse solito dire ai suoi discepoli "ai miei tempi...". È proprio vero che i tempi cambiano continuamente, così come le abitudini, il modo di vivere e di pensare della gente, e ciò grazie al "progresso". Anche il rapporto di coppia si è modificato, e non sempre in meglio. Una volta, le occasioni di incontro per un ragazzo e una ragazza erano poche: la messa domenicale, il rosario del mese di maggio e, soprattutto, le veglie invernali, che si svolgevano nelle stalle, sempre sotto lo sguardo vigile degli adulti. Durante il periodo delle veglie, i ragazzi si riunivano in gruppi e andavano a ragazze, spostandosi spesso da un villaggio all'altro, incuranti dei rigori invernali e nell'incertezza che l'impresa fosse coronata da successo. Si racconta che a Saint-Jacques di Ayas, quando arrivavano i parfeyé (i giovani che vanno a ragazze), un padre di famiglia si affacciasse sull'uscio di casa ed esclamasse: "Coloro che possiedono una bestia da soma entrino pure, gli altri possono tornare indietro!". A quei tempi, chi poteva permettersi un asino o un mulo era un buon partito. Tuttavia i giovanotti non si lasciavano scoraggiare per così poco e cambiavano direzione, rispettosi dell'antico adagio: què dè tsoque s'ét fruchta-se pè i troà li bèle boùebe!, "quanti sabot si sono consumati per andare a trovare le belle figliole!". Durante le veglie, i parfeyé cercavano di accaparrarsi un posto accanto alla ragazza verso la quale erano rivolte le loro attenzioni: se quello che vi era riuscito per primo, per un motivo o per l'altro, si allontanava anche per un attimo solo, immediatamente un altro occupava il suo posto, gli "bruciava il pagliericcio", come si soleva dire allora. Invece donà lo palón significa "lasciare il fidanzato o la fidanzata" e prénde lo palón "essere lasciati dal fidanzato o dalla fidanzata". Quando due giovani iniziavano sè prèdjà, "a parlarsi", ossia a frequentarsi, il fatto diventava di pubblico dominio, anche perché l'amour è la paya i tsoque i sè catchon pa, "l'amore e la paglia nei sabot non si possono nascondere". Secondo una vecchia storiella, sembra che nella valle dell'Évençon le qualità più ricercate in una ragazza varino da un comune all'altro e che gli uomini pongano la seguente domanda: Challand-Saint-Victor: "è bella?"; Challand-Saint-Anselme: "è buona?"; Brusson: "è ricca?"; Ayas: "è intelligente?". Così si dice...

Quando una ragazza sposava uno "straniero", magari semplicemente qualcuno di un altro villaggio o di un comune limitrofo, i giovani, per dimostrare il loro disappunto e, simbolicamente, per non lasciarla scappare, costruivano barricate (in diverse località si usa ancora) lungo il percorso che dalla casa della sposa conduceva alla chiesa. Utilizzavano tronchi d'albero, assi, pietre, attrezzi agricoli e tutto ciò che poteva servire allo scopo. Spettava poi ai compagni dello sposo liberare la strada dagli ostacoli. La comunità che invece accoglieva gli sposi novelli al ritorno dalla chiesa (oggi al rientro dal viaggio di nozze) accendeva fuochi con mannelli di paglia per festeggiare la nuova coppia.

Non godeva di grande considerazione il marito che andava ad abitare in casa della moglie, come confermato da certe espressioni del francese quali gendre, aller gendre o se marier gendre (lett, "genero", "andare genero", "sposarsi genero"), che designano un novello sposo che abita a casa della sposa, dei suoceri. In questo caso, se i figli, come è naturale, assumevano il cognome del padre, spesso ereditavano il soprannome di famiglia dalla madre.

Quando un vedovo, o una vedova, si risposava con una nublie, o un celibe, i giovani del villaggio, al calar della sera, si radunavano davanti alla sua abitazione, con campanacci, corni, pentole, latte e improvvisavano un concerto infernale che poteva protrarsi per ore e ripetersi per più giorni, finché il malcapitato (o la malcapitata) non si decideva a offrire da bere ai suonatori. Questa usanza ad Ayas si chiama bate li toule, "battere le latte", altrove tsenaillére, tchabrandìn ma soprattutto tsevallerì o tseallii, termine che, come il francese charivari, sembra derivare dal latino volgare caribarìa, prestito dal greco karebaria, che significa "mal di testa". Lo charivari era una forma di sisapprovazione e di protesta dei giovani nei confronti di chi, secondo loro, praticava una sorta di concorrenza sleale, soprattutto quando tra i due c'era una differenza di età piuttosto marcata.

Un'altra consuetudine che sopravvive ancora qua e là è quella della tréna o trèina, traducibile con "traccia", "scia": i compagni di uno degli sposi spargevano paglia o segatura dalla casa dello sposo o della sposa a quella di colui o di colei che avevano frequentato prima del matrimonio e che poi avevano lasciato. Altrove, la tréna si faceva dalla casa del ragazzo o della ragazza che erano stati lasciati fino in chiesa.

Una tradizione che in Valle d'Aosta si è persa, ma che ha lasciato ancora tracce nella memoria degli abitanti di Champorcher, è quella delle "tre notti di Tobia". Le novelle spose, dopo il matrimonio, dovevano tornare a dormire nella casa dei propri genitori per tre notti, senza unirsi al proprio marito: a Tobia, personaggio biblico, l'Angelo aveva comandato di lasciar passare tre notti prima di unirsi alla sua sposa... 

Riferimenti bibliografici

 - Bétemps Alexis, La famiglia e la tradizione, in: Enciclopedia dei comuni d'Italia. La Valle d'Aosta paese per paese, a cura di Fragiacomo Giuseppe, Edizioni Bonechi, Firenze 1997, pp.461-462.
- Bétemps Alexis, Le charivari, «Le Flambeau», n° 2, 2002, pp. 49-58.
- Dondeynaz Nilo, Alcune tradizioni, in: Ayas. Storia, usi , costumi e tradizioni della Valle, Edizioni Società Guide Champoluc-Ayas, 19682, pp. 159-164
- Favre Saverio, Questo matrimonio non s'ha da fare…, in : «Carnet», n° 4, estate 2010, pp. 46-49.
- Henry Joseph-Marie, La tseallii, «Le Messager valdôtain», 1931, pp.28-29.
- Obert Oddone, Espressioni caratteristiche – Proverbi - Gergo, in: Ayas. Storia, usi , costumi e tradizioni della Valle, Edizioni Società Guide Champoluc-Ayas, 19682, pp. 217-233.
- Weber Eugen, Charivaris, in La fin des terroirs. La modernisation de la France rurale (1870-1914), Fayard/Éditions Recherches, 1984.