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La parola del mese: Il pane, usanze e modi di dire

22 ottobre 2019

Un tempo il pane era così importante per le nostre comunità da rappresentare la vita e meritava il rispetto, se non la venerazione, da parte di tutti. Molte usanze relative al pane si sono perse, ma altre sono sopravvissute, anche se non ovunque, fino ai giorni nostri, a volte con qualche variante o rivisitazione. In molte parrocchie, durante la messa di sepoltura, il parente del defunto che regge la candela, all'offertorio, dona un pane al celebrante che lo depone sull'altare. Un tempo quel pane serviva a sfamare i cani che erano posti a guardia del cimitero, perché gli animali selvatici o le bestie feroci non vi si introducessero nottetempo per andare magari a scavare nelle tombe. Oltre al pane, il parroco aveva diritto a tre staia di segale, ma doveva provvedere al mantenimento del cane che faceva la guardia al cimitero. Quando esisteva ancora la figura del campanaro, che svolgeva generalmente anche le funzioni di becchino, oltre alle mansioni ordinarie, questi doveva farsi carico della prevenzione di eventi straordinari: quando il tempo era minaccioso e preannunciava lo scatenarsi di un violento temporale, con rischio di grandine, il campanaro suonava le campane, in particolare il campanone, allo scopo di rompere le nuvole, così si diceva, e scongiurare un grave pericolo per l'agricoltura. Il mese di dicembre, quando si cuoceva il pane, il campanaro, la gerla sulle spalle, passava nei vari forni dei villaggi e ogni famiglia gli dava un pane, per ricompensarlo del suo servizio "antigrandine".

A tavola il pane – si tratta sempre di pane nero, di pane di segale – richiedeva particolare riguardo: prima di tagliarlo bisognava fargli un segno di croce con il coltello, gesto accompagnato a volte dalla formula Mon Djeu, manteun-nó todzor de si bon pan,"Mio Dio, conservaci sempre di questo buon pane"; quello stesso segno di croce si faceva prima di mangiare il pane benedetto, all'atto di rompere la cagliata, sul campo appena seminato, con il manico del rastrello (o usando all'occorrenza due pezzi di legno), e recitando, in quest'ultimo caso, un De profundis... per le anime di quanti in precedenza avevano lavorato quel terreno. Il pane non anadava mai posato a tavola capovolto, era come mancargli di rispetto: secondo alcune testimonianze, se si si capovolgena il pane, ciò significava che non lo si era guadagnato onestamente. Il pane inoltre non andava mai buttato. A sottolineare la venerazione che i nostri vecchi avevano per il pane, una persona di Ayas soleva dire: Pètoùech alé pa a messa, ma chinqué pa vià lo pan!, "Piuttosto non andate a messa, ma non buttate via il pane!", ritenendo un peccato più grave buttare il pane che mancare alla messa domenicale (a quel tempo erano quasi tutti gente di chiesa).

I modi di dire riguardanti il pane non mancano di certo. Si dice bon (bravo) comme lo pan, "buono come il pane", ma fol comme euna mécca (dal latino mica, "briciola"), "stupido come un pezzo di pane (una pagnotta)", mentre la métcha, ou meutse di altri patois è il pane bianco, quello che un tempo si mangiava di solito una volta all'anno, tradizionalmente in occasione della festa patronale, come ci ricorda Luis de Jyaryot nella sua canzone La téra: un tso dè pan bianc un co per an..., "un po' di pane bianco una volta all'anno...". Se il pane bianco era una prelibatezza, non altrettanto si può dire del pane d'orzo: di una persona rozza si dice che è grossé comme un pan d'ordjo, "grossolano come un pane d'orzo", invece euna béhte a pan, "una bestia da pane", è una persona che pur mangiando pane ha comportamenti animaleschi (detto in tono scherzoso). Quando qualcuno mangia il companatico senza accompagnarlo con il pane si dice che lo pan l'a trop dè faréna, "il pane ha troppa farina", mentre lo pan dou méhtre l'a sét crouhte, "il pane del padrone ha sette croste", significa che è duro da guadagnare. Chi è ridotto a pan quérèn, "a chiedere il pane", vive nella miseria ed è costretto a chiedere l'elemosina; chi è a pan è éva, "a pane e acqua", si trova in prigione; chi sè gagna pa (val pa) lo pan qu'ou mindja, "non si guadagna (non vale) il pane che mangia", è un buono a nulla; chi l'a troà lo pan coit (li sousétse pendouè), "ha trovato il pane cotto (i salami appesi)", è uno che ha trovato la pappa pronta, senza dover faticare. Gava-se lo pan dè botcha, "togliersi il pane di bocca", vuol dire privarsi di qualcosa di essenziale per qualcuno; atchétà, vénde, avé pè un pan tchat, "acquistare, vendere, avere per un pane caldo" è l'equivalente di "a un prezzo irrisorio"; rénde lo pan ou pan prehtà, pan rendù, "rendere il pane" o "pane prestato, pane reso", è sinonimo di "rendere la pariglia, pan per focaccia". Il dizionario di patois di Chenal e Vautherin riporta altri esempi: Pan et nët que vëgnon, tè te n'a praou, ", "purché arrivino pane e notte, per te è quanto basta", si dice di una persona che si potrebbe definire un menefreghista; Quan di pan vint la mancance, adon la guerra avance, "quando del pane c'è la mancanza, allora la guerra avanza", ha lo stesso significato di la mizère tira la guéra, "la miseria attira la guerra"; Sensa pan et mantë féit pa bon voyadzé, "senza pane e mantello, viaggiare non è bello". E per finire, quando eravamo bambini, utilizzavamo lo stelo dei fiori del tarassaco, che è cavo, per farli suonare a mo' di trombetta, nel modo seguente: si prendeva lo stelo con una mano e con l'indice dell'altra lo si scuoteva energicamente prima di spezzarlo e ricavarne una specie di fischietto, dicendo Petta, petta, sè te pette tè doun-o dè pan è dè buro, sè te pette pa tè doun-o de pettole di tchìevre (dè buze di vatche), "suona, suona (lett. scoreggia), se suoni ti do pane e burro, se non suoni ti do escrementi di capra (di mucca)". A quei tempi, la promessa di pane e burro era veramente allettante.

Testo di Saverio Favre