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La parola del mese : la castagna

09 ottobre 2017

Per gli appassionati di enogastronomia, il mese di ottobre si presenta ricco di appuntamenti nella nostra Valle. Tra feste delle mele, del pane e l'attesissimo Marché au Fort, i palati non resteranno affatto delusi! Quest'anno, poi, si è ulteriormente consolidato il legame tra alimentazione e cultura e il patois trova posto in ognuno di questi eventi per raccontare ciò che c'è dietro ogni tradizione alimentare: un bagaglio di parole, usanze, tradizioni...

Per proseguire seguendo questo fil rouge, abbiamo deciso di dedicare la rubrica di questo mese al castagno e al suo frutto: la castagna, provvidenziale per le comunità di molte zone della Valle d'Aosta, vero alimento salvavita in molte epoche, tanto importante da aver caratterizzato un'intera civiltà, la civilisation du châtaigner per l'appunto. E ovviamente, il francoprovenzale testimonia con il suo lessico tale valore.

Una prima considerazione va fatta a partire dall'albero. Esiste, infatti, una fondamentale distinzione, anche linguistica, tra il tsatagnì/ tchahtagnì/ sassagnì (a seconda della varietà di patois), il castagno innestato, e la ferla[1]/herla[2], l'albero selvatico. Per quanto riguarda l'origine di quest'ultimo termine, questo potrebbe essere messo in relazione al latino FERUS, selvatico, che ha dato origine ai termini provenzali fer, "incolto", e castagno-fèro, "ippocastano"[3].

A Donnas, poi, per denominare l'albero di castagno, spesso si dice semplicemente la planta, "l'albero" per antonomasia, così come a Fontainemore lo si chiama ebbro, dal latino ARBOR, "albero".

Per quanto riguarda, invece, le varietà di castagna, si apre un mondo! In effetti, ce ne sono davvero moltissime. Solo per fare qualche esempio, Ilda Dalle[4] aveva recensito per Donnas le dounahtse, (tipiche del comune della bassa Valle come testimonia il nome); le réchane; le ourtèntse (da Aosta, con sonorizzazione e successiva rotacizzazione della -s-); le grignole; le piaquine (da mettere in relazione con il patronimo Péaquin); le pioumbéze; le verdéze; le dzénotte; le groussére; le youére; le mourette. A queste aveva aggiunto le varietà di Perloz - le maroune (il cui nome è analogo all'italiano "marroni" o al francese "marrons"); le yeuya (da mettere in relazione con il patronimo Yeullaz) ; le bounente (letteralmente "buon innesto"); le rouffinette; le rosse dou ban ; le ehpinnérére (letteralmente "spine rade") - e di Arnad - le goyette ; le néande ; le boèinte cor.

A questo elenco, possiamo aggiungere quello stilato da Saverio Favre[5], che ha indagato anche la toponomastica, spesso vera e propria fonte per l'"archeologia" linguistica. Tra i toponimi citati, che si riferiscono a varietà di castagne o a modalità di consumo, troviamo Ohtèn, Grossì, Grignolén, Ferla, Risàn, Risan-èi (con suffisso collettivo), Denohtse, Piombés.

Rispetto alle modalità di consumo, infine, il discorso sarebbe altrettanto vasto. Anche in questo caso, traiamo qualche esempio dall'articolo di Ilda Dalle[6], riferito a Donnas. Le castagne possono essere mendaye, se arrostite; friole, bollite con la buccia; pélaye, prima sbucciate e poi bollite; broffie, cucinate in minestra dopo essere state arrostite; bayane, castagne secche bollite.

A proposito di quest'ultima parola, essa deriva dal latino BAJANUS[7], che in origine era la denominazione di una particolare varietà di fava. Il termine con il passare del tempo è andato a indicare, poi, una zuppa preparata con il legume secco e, infine, per estensione, una zuppa preparata con legumi o, in questo caso, castagne secche. Lo stesso etimo è alla base anche del francoprovenzale badjàn, dell'italiano baggiano e del provenzale bajan, tutti epiteti spregiativi, sinonimi di "sciocco". Nel corso dei secoli, in effetti, i nomi di vegetali e, soprattutto, legumi sono sempre stati una ricchissima fonte di significati figurati. La metafora del baggiano trova un testimone d'eccellenza in Manzoni: nei Promessi Sposi ci racconta che si trattava del soprannome dato dai Bergamaschi ai Milanesi. Lo stesso uso campanilistico è attestato anche in alcune località della Valle d'Aosta.

Tutto ciò non è che un piccolo assaggio di quello che si potrebbe dire a proposito del castagno, arbre à pain, in Valle d'Aosta e di quanto abbia influito sull'immagine della nostra regione, modellandone il paesaggio, ma anche lasciando un'indelebile traccia nella lingua.

            Vi lasciamo, quindi, con un piccolo indovinello, conosciuto in tutta la Valle, la cui soluzione è, a questo punto, davvero semplice:

Pappa gréndzo, mamma nèye, feuille rossa, popón blan ! Senque l'è ?

(Papà arrabbiato, mamma nera, figlia rossa, bebé bianco! Che cos'è?)



[1] DALLE I. (2005). Le cycle de la châtaigne. In : « Nouvelles du Centre d'Études Francoprovençales R. Willien » n° 51/2005. pp. 48-57.

[2] FAVRE S. (2002). Del pio castagno. In: "Environnement. Ambiente e territorio in Valle d'Aosta". N. 20/2002. http://www.regione.vda.it/gestione/riviweb/templates/aspx/environnement.aspx?pkart=714.

[3] VON WARTBURG, W. (1922 ss.). Französisches Etymologisches Wörterbuch (FEW). Bâle: Zbinden. Vol. III, 478.

[4] DALLE I. (2005). Op. cit.

[5] FAVRE S. (2002). Op. cit.

[6] DALLE I. (2005). Op. cit.

[7] VON WARTBURG, W. (1922 ss.). Französisches Etymologisches Wörterbuch (FEW). Bâle: Zbinden. Vol. I, 205b.