La Fiera di Sant'Orso

29 gennaio 2019

L'anno mille, tradizionalmente riferito alla data di nascita della Fiera di Sant'Orso, è senza dubbio simbolico. È intorno a questa data che le Alpi – con particolare riferimento al colle del Gran San Bernardo – furono definitivamente liberate dai Saraceni o presunti tali, che ricattavano i viaggiatori e i pellegrini, mentre l'Europa si ricopriva, secondo il cronista Raoul Graber, di un “mantello bianco di chiese”.[1]

Il commercio riprese, i mercati rifiorirono, le città si arricchirono: Aosta, tra le tante, in cui il vescovo Anselmo intraprese la ricostruzione della cattedrale e della chiesa di Sant'Orso. Intorno a quest'ultima si sviluppò la Fiera, alla vigilia del santo patrono che ricorre il 1 febbraio. Quando avvenne esattamente? Non ne siamo a conoscenza. Esiste tuttavia un indizio che ci permette di supporre che si svolgeva già, probabilmente, verso la metà del XII secolo. Un capitello del chiostro della Collegiata, che risale a quest'epoca, rappresenta il santo patrono mentre distribuisce scarpe ai poveri.[2] Si tratta della traduzione in immagini di una cerimonia che aveva luogo nel Medioevo in occasione della festa patronale: ne abbiamo la prova nel testamento, datato 1327, di un prebendario della cattedrale di Aosta, Jacques d'Avise, che trasmetteva al priore di Sant'Orso, Guillaume de Liddes, una rendita che serviva a finanziare questa distribuzione, che, pertanto, in quell'anno già costituiva una tradizione radicata.[3]

Era necessario che qualcuno producesse queste scarpe e che le trasportasse fino al Borgo di Sant'Orso. Da qui, l'arrivo ad Aosta degli artigiani alla vigilia della festa, con le soque e i sabot che avevano fabbricato e anche l'idea che si poteva approfittare di questa occasione per portare la propria produzione di utensili agricoli e oggetti di uso comune da vendere ai fedeli e ai pellegrini che dovevano essere numerosi. Fu probabilmente questa l'origine della Fiera. Il canonico François-Gabriel Frutaz cita un documento del 1206 secondo il quale lo spazio compreso tra la doppia fila di arcate della Porta Pretoria, centro nevralgico della Fiera fino ai giorni nostri, era chiamato forum nundinarum Trinitatis, piazza dei mercati della Trinità[4]. È ancora Frutaz che afferma l'esistenza della prima menzione esplicita della Fiera in un documento datato 1243, nel qualche il conte Amedeo IV di Savoia stabilisce che essa dovesse svolgersi il 31 gennaio, dalle 8 del mattino fino al tramonto, dalla Porta Pretoria fino allo sbocco con la via Sant'Orso.

Questo è quanto si conosce sulla fiera di Sant'Orso dall'epoca medioevale ad oggi. Dal momento che non se ne era trovata alcuna menzione in documenti più recenti, medioevali o moderni, fino al XIX secolo, si poteva così dubitare della sua continuità nel tempo.

Capita spesso, quando si decide di tuffarsi nel meraviglioso mondo della ricerca storica, di imbattersi in un caso fortuito, così ho ritrovato un documento amministrativo comprovante lo svolgimento della Fiera di Sant'Orso, senza interruzioni, dall'inizio del XIV fino alla metà del XVI secolo. Fu nel 2010: consultavo, presso la Sezione Corte degli Archivi di Stato di Torino, le serie documentarie che si riferivano alle « Contestations avec le Valais » per la definizione della linea di confine del Gran San Bernardo. Scavando in questi documenti, ho trovato una citazione tratta dal resoconto finanziario del balivo di Aosta fatto da Jean e Georges de Montbel dal 1392 al 1396: « Recepit de exitu nundinarum Sancti Ursi unius anni finiti in vigilia festi purificationis beate Marie Virginis anno 1393, V sol. ». Nessun dubbio al riguardo: si trattava certamente della nostra antica Fiera, di cui il balivo registrava le entrate fiscali per il conte di Savoia il giorno successivo al suo svolgimento, il 1 febbraio, giorno della festa liturgica di Sant'Orso, alla vigilia della Candelora!

Se i Montbel avevano dichiarato la somma di 5 soldi, incassata nel 1393, gli altri balivi avevano probabilmente fatto altrettanto nel corso dei loro rispettivi mandati. Ho pertanto deciso di verificare la contabilità del balivo di Aosta nel suo insieme.[5] Il rendiconto più vecchio che riporta i guadagni del balivato di Aosta risale al 1305. La stessa formula, con minime differenze, si ritrova in tutti i resoconti successivi, senza interruzioni, fino al 1539, testimoniando un'importante continuità nello svolgimento della Fiera. Nel 1307 il balivo non percepì alcuna imposta poiché la fiera non ebbe luogo. Nessuno vi si recò a causa delle condizioni metereologiche eccessivamente avverse. Questo è il solo caso di sospensione della Fiera che risulti dalla documentazione esaminata. Tutto lascia supporre che la Fiera continuò fino ad almeno il 1556, data che sancisce la conclusione della mia ricerca presso gli Archivi di Stato di Torino.

Nessuno ha ancora trovato i documenti comprovanti lo svolgimento annuale della Fiera dopo questa data e prima del XIX secolo. Si sa che nel 1857 essa era limitata e non durava che dall'aurora fino all'Angelus per incoraggiare lo sviluppo della piccola industria forestale, con lo scopo di integrare il magro guadagno dei paesani con il commercio dei prodotti dell'artigianato. Questa iniziativa ebbe un certo successo: a fianco degli utensili cominciarono a comparire gli oggetti artistici e vennero introdotti dei premi per valorizzare il lavoro degli artigiani. A partire dagli anni ‘20, Jules Brocherel contribuì alla popolarità e al prestigio della Fiera attraverso degli studi etnografici sull'artigianato valdostano. [6] Dopo un momento di decadenza, durante la seconda guerra mondiale, è stata rilanciata dall'amministrazione regionale, incoraggiata dal Comité des Traditions Valdôtaines e in particolare da parte di due dei suoi membri più conosciuti: Amédée Berthod e Robert Berton.

In questi ultimi anni, la Fiera di Sant'Orso ha raggiunto dimensioni grandiose, estendendosi ormai in tutto il centro storico di Aosta. Al di là della sua importanza economica, essa rappresenta, oggi più che mai, un eccezionale momento per recuperare, in un clima di festa sottolineato dai riti religiosi e dalla véillà, l'identità del popolo valdostano e le sue radici più popolari, profonde e autentiche.

 

Joseph-Gabriel Rivolin

[1] Raoul Glaber, Chronique de l'an mil, trad. de F. Guizot, Clermont-Ferrand, 2011.

[2] P. Papone, Il chiostro di Sant'Orso in Aosta e la sua interpretazione (Bibliothèque de l'Archivum Augustanum XXXVI), Aoste, 2011, pp. 198-199.

[3] O. Zanolli (éd.), Cartulaire de Saint-Ours (XVe siècle) (Bibliothèque de l'Archivum Augustanum V), Aoste, 1975, pp. 166-167.

[4] L'oncle Jean Martin [F.-G. Frutaz], La foire de Saint-Ours à Aoste, dans « Augusta Prætoria 2 (1920), pp.

[5] Les rouleaux de parchemin contenant la comptabilité du bailliage d'Aoste sont conservés et classés aux Archives de l'Etat de Turin, Sezioni Riunite, Camera dei Conti, Savoia, Inventario n. 68, Inventaire des comptes des revenus, et obventions et des subsides des lieux de la Province et Duché d'Aostefol. 2, Bailliage d'Aoste, Châtelargent, Montmeilleur et Valdigne, châtellenies.

[6] A. Zanotto, Notes à servir pour l'histoire du commerce en Vallée d'Aoste (2 et 4), dans « Union Valdôtaine » 12 (2/1980), pp. 21-26, et 15 (4/1980), pp. 11-12.